Alcune considerazioni maturate con una lunga esperienza nel management aziendale.
Sembra che da qualche tempo il modo di lavorare nelle nostre aziende stia cambiando. In molte imprese, anche in quelle che fino ad alcuni anni or sono erano molto attente allo sviluppo del proprio personale, ci sarebbe ora minore attenzione alla formazione professionale ed in genere una minore qualità nei rapporti umani. Non sono a conoscenza di studi estesi ed approfonditi in merito. Tuttavia, colleghi operanti in aziende grandi e medie mi confermano, da nord e da sud, che in questi ultimi anni qualcosa si sta deteriorando nel mondo aziendale. Savino De Rosa ne scrive anche in un recente numero di questa rivista.
Ora, ritengo che i rapporti personali in azienda non siano mai stati totalmente appaganti, neppure negli scorsi anni ’60 e ’70 del nostro galoppante sviluppo economico. In gioco ci sono valori personali diversi, carriera, ambizioni e sotto i guanti bianchi c’è in ogni azienda qualcuno con il pugno pronto a colpire. Occorre sempre stare in guardia. Eppure, io stesso ricordo tanti momenti di scambi professionali intensi in ogni azienda nella quale ho avuto l’opportunità di lavorare, italiane e multinazionali, ed in ogni periodo della mia carriera manageriale, esperienze formative condivise, sfide superate in gruppo, con passione ed amicizia. Ma ora, da qualche anno, queste situazioni sembrano quasi scomparse. Si manca un risultato ed arriva la sanzione, talvolta la ristrutturazione brutale.
- Fabbrica in Laos
Che cosa sta succedendo? E’ una fase temporanea particolarmente difficile per alcune aziende oppure è un cambiamento strutturale e diffuso nel nostro modo di lavorare? Recentemente ne ho parlato sia con colleghi con lunga esperienza aziendale e sia con giovani manager o miei studenti di un corso post-laurea.
- Azienda cinese
Le risposte sono piuttosto varie, ma principalmente di tre tipi. Per alcuni, soprattutto per i manager appena usciti dall’azienda o al termine della carriera dirigenziale, una causa potrebbe essere individuata in una maggiore tendenza alle scorciatoie da parte delle nuove leve di dirigenti. Per altri, soprattutto i giovani, la causa andrebbe ricercata nella diffusa stanchezza e sfiducia che avviluppa il nostro Paese. Per altri ancora, causa fondamentale è la mancanza di strategie di lungo periodo, di sufficienti investimenti in ricerca ed innovazione che ci tolgano dalla mischia dei prodotti generici provenienti dai paesi a basso costo.Personalmente non riesco a condividere del tutto la prima di queste spiegazioni. Scorciatoie si sono sempre cercate, salvo poi pagarne le conseguenze.
- Apple
Migliorare i risultati di un’azienda tagliando i costi è un approccio antico, di effetto immediato e mai abbandonato. Prima o poi, i tagli mostrano però il loro limite, ciò si verifica per esempio quando la concorrenza introduce innovazioni e chi ha solo tagliato costi, senza creare le premesse per uno sviluppo futuro, entra in una spirale discendente. E’ una tentazione perdente sempre esistita e purtroppo ancora presente.
Sono invece più d’accordo con la seconda spiegazione. In Italia, quasi nessuno sa a quale missione, come italiani, dovremmo dedicare le nostre energie. Si è mai sentito un leader d’opinione, un politico, un primo ministro, un presidente della Repubblica proporre una missione per l’Italia? Se in una qualsiasi organizzazione, senza una missione motivante e condivisa, non è possibile ottimizzare gli sforzi di ognuno, allora ciò non è ancor più vero per un Paese? Questo potrebbe spiegare la sfiducia di molti ed il venir meno della speranza di miglioramento.
- Foxconn
- Azienda terzista di 250.000 dipendenti che produce a bassissimi costi prodotti di alta qualità per Apple, Dell ed HP
L’insufficiente attenzione agli investimenti in ricerca ed innovazione, poi, è quasi un corollario della generale sfiducia, ed è indubbiamente una causa di fondo dell’attuale situazione. Se consideriamo la situazione globale di questi anni, rivolgendo in particolare la nostra attenzione ai nuovi paesi industriali, dalla Cina all’India ed al Brasile, senza trascurare Vietnam e Cambogia, è indiscutibile che prima o poi loro bassi costi abbiano conseguenze negative sulle nostre organizzazioni ed aziende che non hanno saputo rinnovarsi.
Nelle grandi aziende manufatturiere cinesi, ad esempio, lo “sfruttamento” dei lavoratori è spinto a livelli per noi inimmaginabili. All Foxconn, un’azienda terzista di 250.000 dipendenti che produce a bassissimi costi prodotti di alta qualità per Apple, Dell ed HP, nota in questi giorni per numerosi casi di suicidi tra i lavoratori, uno ogni due settimane dall’inizio 2010, le condizioni lavorative sono molto dure. In reparto di produzione è proibito parlare, gli intervalli per recarsi in bagno sono al massimo di dieci minuti ogni due ore, ed i lavoratori sono insultati se appena riducono il ritmo di lavoro. Il management ha istallato reti attorno alle scale dei dormitori, dove otto o dieci lavoratori dormono in un unico locale, nel tentativo di arginare i tentati suicidi. Un giovane laureato citato in un recente articolo di Business Week guadagna 2000 yuan al mese, circa 250 euro, più del doppio di un normale lavoratore. Eppure, ha dichiarato di aver considerato di suicidarsi, perché fa la stessa cosa ogni giorno e teme di non avere un futuro.
Se globalizzazione significa dover lottare con delle aziende di puro sfruttamento come queste, in paesi dove l’alternativa è la fame, come possiamo sperare di continuare a lavorare come ai “bei tempi” andati, se mai ci sono stati, ed ai relativamente gratificanti stipendi di un tempo? Il mondo aperto e globale ci ha messo in concorrenza con aziende come la Foxconn. Come sopravvivere con gli stipendi italiani, dieci volte superiori a quelli dei colleghi cinesi ed ancor più rispetto a quelli vietnamiti, cambogiani o di altri paesi a costi ancor più bassi, continuando a produrre prodotti indifferenziati e senza alcuna unicità intrinseca?
- Obama stretta mano cinese
Ecco allora che la cieca disattenzione all’innovazione porta a durezza di rapporti, a considerare una persona come una macchina, anzi come un componente facilmente sostituibile. Con la conseguenza che il vortice globale prima o poi farà sparire ogni azienda rimasta nella mischia con armi spuntate.
In Italia s’investe circa 1% del prodotto nazionale in ricerca pubblica. In Corea del Sud, un paese di dimensioni non troppo diverse dal nostro, si punta ad investire il 5%. Una differenza strutturale, un investimento “virtuoso” a tutto vantaggio dei lavoratori coreani, che potranno vivere rapporti di lavoro professionalmente appaganti. Anche il nostro Paese dovrà tener conto dei fattori indispensabili per avere diritto ad un futuro soddisfacente ed a rapporti umani di qualità nel lavoro, ad iniziare dagli investimenti virtuosi. Dignità è un diritto. Dignità, purtroppo, di questi tempi è anche un lusso, un diritto che in ogni caso occorre meritarsi. Un poco come la virtù, una qualità da conquistare, prima di potersela permettere.